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sabato 13 febbraio 2010

LA teoria del Dodo

Il termine "Made in Italy", come dice Eugenio Benetazzo, dovrebbe essere cambiato in "Designed in Italy". La confezione di molti prodotti rimane italiana, ma il contenuto è cinese, romeno, polacco, brasiliano. II nostri governi hanno incoraggiato per anni le imprese a spostare la produzione all'estero. Gli imprenditori non ci hanno pensato due volte: possono continuare a sfruttare il marchio mentre diminuiscono il costo della mano d'opera. Il prezzo del prodotto non cambia, il lavoratore italiano è licenziato e l'imprenditore aumenta i suoi guadagni. Belin, che affare.




Testo intervento Eugenio Benetazzo.



"Un saluto a tutti i lettori del blog. Parlerò della cosiddetta teoria economica del Dodo, cos’è il Dodo? E' stato un simpatico pennuto colombiforme, alto grosso modo 50/60 centimetri, inetto al volo, vissuto durante fino al XVII secolo nell’isola delle Mauritius, è stato un ispiratore da parte di molti personaggi di lungometraggi animati e anche delle storie del fumetto della Walt Disney a cominciare da Alice nel paese delle meraviglie, a finire a Spennacchiotto, il famoso scienziato che faceva concorrenza a Archimede e aiutava la Banda Bassotti a derubare zio Paperone.

Perché parlo con l’imperfetto? Perché il Dodo non esiste ma esisteva? Perché il Dodo si è estinto, sembra nel 1681, anno nel quale si è verificato l’ultimo suo avvistamento e perché si è estinto il Dodo? Si è estinto a seguito dell’arrivo dei coloni portoghesi o olandesi nell’isola che introdussero nella fauna, specie antagoniste, come cani, gatti, conigli, suini che diventarono voracissimi delle uova del Dodo, quest’ultimo nidificava a terra, solitamente un uovo per esemplare e nel giro di 50 anni, si estinse perché le autorità di allora non pensarono, non concepirono il pericolo per questo simpatico bipede dell’ingresso di specie non autoctone. Il Dodo non aveva mai incontrato nell’isola specie che potessero creargli difficoltà o con il quale si potesse scontrare. Dodo ha questo nome in quanto gli è stato affibbiato dai portoghesi, questi ultimi utilizzarono un aggettivo nella loro lingua "Doudo" che significa ingenuo, perché i portoghesi che arrivarono all’isola e videro questo simpatico animale che si avvicinava a loro senza ostentare nella maniera più assoluta alcuna remora o peggio ancora nel restare a guardare che la sua stessa prole e le sue stesse nuova venissero fatte oggetto di preda. Ingenuamente il Dodo si è lasciato portare all’estinzione.

Cosa c’entra la teoria economica del Dodo con l’economia? C’entra e come, quello che è accaduto al Dodo, ahimè tristemente sta accadendo anche al Made in Italy. Pensiamoci un attimo, cosa sarebbe in termini di appeal turistico per l’isola delle Mauritius oggi la presenza del Dodo, un animale che esiste solamente lì, un po’ come il canguro per l’Australia e pariteticamente oggi noi abbiamo, che per il nostro Paese una straordinaria risorsa è un Made in Italy che esiste solamente qui, ancora per poco, visto che non abbiamo tanto da destra, tanto da sinistra, passando per il centro, una forza politica che si faccia portavoce di ideali di tutela, protezione e garanzia nei confronti di tutte quelle che oggi giorno sono le potenzialità inespresse del Paese. Il Made in Italy che ormai non vuol dire più nulla perché si fa il possibile per trasformare, per tentare di ricreare un prodotto rendendolo Made in Italy, ci sono fior di attività di manifattura in cui il grosso della produzione viene esternalizzato all’estero e poi per esempio per le scarpe, basta reimportare la suola, la tomaia e la calzatura, applicare l’etichetta in Italia e quello grazie a leggi che sono completamente scellerate, diventa un prodotto Made in Italy, quest’ultimo ha perso completamente il suo significato originario, oggi ha più senso chiamarlo Designed in Italy che è quello che sta accadendo, qui in Italia viene mantenuta l’attività di concezione del prodotto e poi la materializzazione, la produzione e il confezionamento viene realizzata altrove a miglia e miglia di distanza.

Quello che dovrebbe essere comprensibile da tutti è il fatto che in Italia i cosiddetti distretti industriali che sono la culla del Made in Italy stanno letteralmente venendo svenduti da chi ci sta governando, da chi ci ha governato prima. Non c’è una politica industriale volta alla protezione di queste che sono le nostre originalità e a distanza di quattro secoli, scopriamo che in Italia il pensiero del Dodo vive, vive negli italiani che ingenuamente lasciano e guardano che la loro originalità venga distrutta e portata all’estinzione.

In qualsiasi Paese del mondo andate, il marchio Made in Italy o se non altro il poter osteggiare merci e prodotti che sono marchiati con questa peculiare distinzione, è un vanto per chiunque li possa comprare o per chiunque li possa indossare. Rimango sbigottito e amareggiato per sentire come recentemente viene ostentata la fenomenale joint venture con il patrocinio con il Ministero dell’agricoltura in cui si permette a un’azienda, una corporation multinazionale come la Mc Donald’s, di unire i suoi prodotti a prodotti tipici locali del settore dell’industria agroalimentare italiana. Dal mio accento capite che sono di origine veneta e sono rimasto letteralmente angosciato nel vedere come esiste il "Mc Italy" , un hamburger in cui al posto della sottiletta di Emmental o di formaggio fuso americano c'è sottiletta di formaggio Asiago, come immagino molti di voi sanno, deriva dall’altopiano di Asiago in Provincia di Vicenza.

Manca nella maniera più assoluta al pari del Dodo, 4 o 5 secoli fa, la volontà in termini di governance politica di proteggere le risorse e le grandi opportunità che ha il nostro Paese, esclusivamente legate alla capacità di originare e creare prodotti che in nessun’altra parte del mondo esistono, noi italiani stiamo diventando una nuova razza di Dodi, di ingenui che accettiamo sommessamente questo destino che ci viene prospettato, è abbastanza ben definito ormai che c’è una volontà politica occulta, volta a una progressiva opera di deindustrializzazione del Paese e come dice Tito Boeri, da qui a 5, 6 anni avremo una perdita di potenziale manifatturiero tra il 40 e il 50%, significa milioni e milioni di posti di lavoro che in Italia non potranno più essere sostituiti! Auguro a tutti quanti che possa emergere e auguro anche a me stesso, dal basso, nei prossimi anni, una qualche forza, un qualche movimento popolare che si faccia forte nel difendere e soprattutto nel garantire la tutela di quella che è la grande risorsa che ha il Paese, che ha ancora forse per poco, da una parte il Made in Italy e dall’altra i distretti industriali che fino a un decennio fa, sono stati il vanto della intera industria in tutto il mondo! Grazie a tutti, buon proseguimento e ci vediamo la settimana prossima!".
http://www.youtube.com/watch?v=L8jFBc23fzk

venerdì 12 febbraio 2010

Arianna


“NE-RAZUMIE: La Prima Grande Opera di una Grande Autrice”

“Nera-Zumie” è il titolo del libro scritto da Arianna Santini. Esso narra, dal punto di vista soggettivo, le esperienze personali, della stessa autrice, quando nell’estate 2006, intraprese un breve ma intenso viaggio, in Bosnia Erzegovina. Il significato etimologico del termine è “Non Capisco”. L’autrice, però, dimostrerà, come nel corso del viaggio, (compiuto come membro di un corpo di volontari scout), sia riuscita, in pochissimo tempo, (pur non capendo una “Sola H” di serbo), a carpire, a mio parere, la più profonda essenza dell’animo di quel contraddittorio paese. La struttura dell’opera è a metà strada tra il “Diario Autobiografico” e il “Romanzo Epistolare”. Lo stile del testo, infatti, è molto semplice, libero da arzicolature di tecnica letteraria d’ogni sorta, di una disarmante Genuinità e spontaneità, tanto che questo particolare scritto, si potrebbe anche paragonare, non voglio per nulla esagerare, agli scritti del cosiddetto “Classicismo Leopardiano”. Il lettore, infatti, sarà portato per mano in un mondo sconosciuto, dove si può ridere a crepa-pelle, come quando la nostra protagonista, Arianna, rischia di otturare la fognatura dell’intero palazzo che ospita il suo gruppo, perché si dimentica di non buttare la carte-igenica nel wc del “Bagno alla Turca”. Un momento di spavento, invece, è quando Arianna rischia di finire sotto a un tram, perché la nostra protagonista non sa stare sul quel tipo di bicicletta. Un momento molto comico, invece, è quando Arianna si dimentica di allontanarsi dallo scarico del bagno, che in quella parte del mondo, è sempre alla turca prima tirare giù l’acqua facendosi cosi due volte la doccia. Nel frattempo, però, nel racconto ci sono momenti d’intensa tristezza e profondità, come quando Arianna ci descrive la testimonianza di una madre di nome Kanita che spiega l’orrore della guerra, nella quale perse il marito ed entrambi i genitori. Tale testimonianza, come afferma l’autrice, ci ricorda che la guerra non è bianca o nera, non ci sono buoni contro cattivi, ma che la guerra è a pois. Kanita, infatti, che fa parte della fazione serba ci ha raccontato che ormai è rimasta solo lei con il figlio di tre anni che, almeno all’epoca dei fatti riportati nel libro, continuava a chiedere alla madre: “Mamma, perché non ti fai più bella come le altre mamme?Metti il rossetto, colora gli occhi, vai dalla zia e fatti mettere quel fango sui capelli (la tinta) ”! La donna, in pochissimi giorni, aveva perso, infatti, tutto quello cui teneva tranne i suoi due figli, solo per amor loro, infatti, cercò di tornare ad una parvenza di vita normale. Nel testo però ci sono anche momenti di grande gioiosità come quando l’autrice descrive i bambini di Sarajevo dicendo che loro sono abilissimi nel costruire giocattoli con tutto quello che trovano, stanno molto attenti a quello che gli diciamo in una sorta di “Esperanto” fatto d’inglese, italiano, bosniaco e a gesti e sono discretamente educati ed affettuosi, anzi, levo il “discretamente”: sono geniali nella loro bambinesca semplicità, attenti e desiderosi di coccole.

Anche in loro era evidente la sofferenza, ma per un bambino è diverso rispetto a un adulto e mi viene in mente “La vita è bella” di Benigni nel quale il protagonista fa vivere al figlio “Il grande Gioco della Guerra” cercando di alleggerire la situazione ribaltando la realtà; credo che i bambini non si arrendano mai di fronte all'evidenza e che affrontino con coraggio ogni cosa si pari loro davanti... il coraggio dei bambini sta nel vedere un pizzico di bontà in ogni persona e aggrapparsi a questa speranza. In questo romanzo, in fine, troviamo momenti di grande introspezione psicologica come quando l’autrice paragona se stessa alla protagonista della fiaba scritta dall’inglese reverendo Charles Lutwidge Dodgson, sotto il ben più noto pseudonimo di Lewis Carroll. Arianna, infatti, afferma che anche lei, come nel libro di Lewis Carroll, ha incontrato nel suo viaggio il “Cappellaio Matto”, Sashka, il custode di Kasindo; la Finta Tartaruga, Kanita; l'onnipresente Grifone, il nostro amico Boban; il saggio “Brucaliffo”, l'ebreo Levi... e tante altre carte, ognuna con un ruolo specifico e unico nel grande gioco della guerra, ognuno con una storia, ognuno ha impegnato se stesso fino in fondo, ed io, novella Alice, cerco la via della chiarezza in tutta la miriade di frasi e pensieri che ho ascoltato, e in fondo in fondo, cerco anche la via per tornare a casa mia...

Miei cari amici, in conclusione v’invito a leggere questo meraviglioso libro nella certezza che la “Regale beltà” dell’autrice, proprie delle regine della foresta, risplenderà nei vostri cuori come un”sole estivo” dopo un rigido inverno. Animo, dunque, alziamo i nostri calici alla prima opera della nuova Jane Austen italiana.

Antonio Aroldo -

Il lato oscuro del potere: il sanguinario gioco dei predestinati – Sesta Parte

Il lato oscuro del potere: il sanguinario gioco dei predestinati – Sesta Parte

lunedì 8 febbraio 2010

Sindona


“La Iena delle Stanze del Potere”

Nassau (Bahamas)-1976. All’interno di una “Principesca Villa”, direttamente collegata con una delle tante “Sedi Internazionali” di una delle più potenti banche, presenti all’epoca sulla scena della finanzia mondiale, un gruppo di persone discute animatamente. Uno di loro, all’improvviso, in segno di nervosismo, alza violentemente la voce, dicendo: “Insomma!! Mi Volete Ascoltare o No! Se non mi Ascoltate mi Arresteranno”!! Un altro membro del gruppo intima all’altro: “Basta Sindona”! Un’altra persona, dal forte accento americano, presente alla suddetta riunione, nel tentativo di calmare gli animi della discussione, dice: “Per Favore Evitiamo Polemiche in Famiglia”. Quello che ha acceso i “Toni della Discussione”, risponde alla richiesta del texano, dicendo: “Ma quale Famiglia”!!.................... “Nessuna Famiglia Lascerebbe Cadere un Suo Membro”! L’uomo poi, con lo “Sguardo Accigliato”, ma ormai stanco, dice: “Mi Basterebbe una Certa Somma”. Un altro membro dello stesso gruppo, un uomo con l’“Abito Talare”, (anch’egli americano, ma di chi ha studiato a Oxford), risponde all’“Incessante Richiesta”, con un “Tono Sarcastico”, dicendo: “E Dimmi, Pensi che stavolta Riuscirebbe a Salvarti Oppure Sarebbe un’altra Toppa”?! L’“Esagitato Interlocutore”, risponde alla suddetta provocazione, dicendo: “Parli, così proprio tu, che hai avuto la Faccia di Dichiarare alla Stampa che mi Conoscevi appena”! Il prelato controbatte: “E Che Cosa Dovevo Fare: Mettermi a Parlare di tutti i Casini che hai fatto”?! L’uomo in abito talare, in ultima analisi, accusa l’altro di aver fatto perdere una “Barca di Soldi” al Vaticano. L’altro, ancora più nervoso, controbatte: “Non c’avete Perso Niente Nemmeno una Lira” e continua: “Perfino l’Immobiliare era un Limone Spremuto”…. “Mi avete consegnato anche Bilanci Falsi”. L’alto prelato, a quest’ultima affermazione, controbatte (usando un tono più duro): “Cerchiamola di Smetterla”!! L’“Alto Gerarca del Clero Americano”, infine, tornando, nuovamente al tono sarcastico, chiede agl’altri convenuti: “C’è qualcuno che vuole dare qualche Milione di Dollari a Sindona”?! Gli altri membri del gruppo si guardano fra loro e poi guardano il “Pietoso Postulante”. Alcuni sembrano dispiaciuti, altri, con lo sguardo, sembrano dire: “Ma perché Diavolo Dovremmo Accollarci i Guai di questo qui”?! La mancata adesione alla richiesta d’aiuto, provoca l’esasperata, ma controllata, uscita del protagonista della nostra storia, dalla stanza. Tutti gl’altri compresenti, infatti, dopo quel primo momento d’indecisione, dicono in coro: “Basta Sindona”!!! L’uomo, per tale motivo, vedendosi l’oggetto delle “Critiche Gratuite”, degli stessi “Suoi Soci”, dice: “Va Be”!..... “Va Be! Ho Capito”!!! L’uomo, infine, lancia una “Fulminante Occhiata” all’intero gruppo, come per dire “Mi fate tutti Schifo, ma me la Pacherete”, poi se ne va! Il “Tempo degl’Onori”, per lui, è ormai finito! Il destino, però, ha per quell’individuo, molte carte da giocare. Il nome completo di quell’“Anziano Signore”, dal “Volto Scarno”, è Michele Sindona. Costui, un tempo, suscitava, nelle menti di molte persone, un “Raro Timore Riverenziale”. Egli, infatti, per un largo lasso di tempo, fu uno degl’uomini più potenti al mondo nel campo dell’“Alta Finanza Internazionale” citato anche da molti “Giornali Internazionali”. Il “Giornale Britannico”, “The Economist” per’esempio, lo ha definito “Il Più Grande Finanziere Europeo”. Un’altra testata estera, invece, “Fortune”, l’ha descritto come uno degl’uomini d’affari più geniali al mondo. Il carattere dell’“Uomo Sindona”, è stato ritratto, a mio parere in maniera splendida, dallo scrittore siciliano , Vincenzo Consolo, sul “Corriere della Sera”. Consolo scrive che Sindona, da giovane, era un “Ragazzo Appartato e Taciturno; non Timido, Presumibilmente, ma di quelli che in Sicilia, si chiamano Mastica Ferro, che disdegnano cioè, Amicizie e compagnonerie, che Denunciano, nel Pallore del Volto, Ambizione e Determinazione”. L’ambizione e la determinazione, infatti, sono stati da sempre, gli elementi cardini del “Suo Carismatico Potere”. Egli, infatti, ha sempre dimostrato, (per lo meno all’inizio), di avere un’intelligenza fuori dal comune e uno spirito acuminato, quanto e forse più della lama di un rasoio. La “Sua Irta Scalata”, ai punti più alti della piramide, aveva avuto inizio durante la seconda guerra mondiale, quando cioè, l’esercito americano sbarcò in Sicilia. Sindona, infatti, seppe sfruttare le “Grandi Possibilità” che la Sicilia, in quel determinato periodo di transizione, poteva offrirgli. Michele Sindona nacque nel paese di Patti in provincia di Messina, l’otto maggio 1920. Egli, grazie alla sua grande intelligenza e all’“Imperante Forza D’Animo”, a soli quattordici anni, riuscì a farsi a farsi assumere in un studio contabile del suo paese. Tale occupazione, però, non gli impedì di fare una “Brillante Carriera di Studi”. Egli, infatti, a soli ventitré anni, conseguì la laurea in giurisprudenza e l’abilitazione alla “Pratica Forense”. Sindona, nel 1943, grazie alle sue grandi doti che gli davano la possibilità di trattare alla pari con chiunque, riuscì a farsi dare un “Auto-Carro Militare” col quale, grazie alla legge sul “Proibizionismo Granario”, si riforniva di agrumi, che scambiava con frumento e che poi rivendeva, all’esercito alleato, a “Prezzi Lucrosi”. Il giovane avvocato di Patti, in buona sostanza, si fece notare subito. Egli, infatti, dopo qualche tempo, (durante uno dei suoi “Tour d’Approvvigionamento”), fu avvicinato da una persona. L’uomo accompagnò, il nostro protagonista, da un personaggio che abbiamo già avuto modo di conoscere: il “Boss di Villalba”, Calogero Vizzini. L’“Anziano Capo-Mafia” gli propose un “Patto Scellerato” che si può riassumere in una sola parola: “Lavandaio”. Don Calò e i suoi amici, infatti, gli diedero i soldi per aprire a Messina uno “Studio da Commercialista”. I clienti erano moltissimi: “Uomini d’Affari”, “Commercianti” e “Soci di Don Calò”. Il giovane Sindona, in sostanza, in quel periodo, sembrava essere la “Dimostrazione Vivente” del vecchio proverbio che dice: “La Fortuna Aiuta gli Audaci”. Egli, infatti, dovunque andasse trovava possibilità di guadagno. Il molto lavoro, però, non gli impedì di sposarsi con una giovane ragazza del suo paese natale chiamata Caterina Clio, che tra le altre cose, lo rese subito padre di una bambina. Sindona, però, benché fosse sposato, decise ugualmente, di andare a lavorare a Milano. La Sicilia, infatti, era diventata, ormai, troppo piccola per le sue ambizioni. Egli, una volta arrivato li, si mise in affari con Raul Biase. Costui era un altro commercialista molto ben introdotto nell’ambiente della “Finanza Milanese”. Il nostro protagonista, assieme al suo nuovo socio, si lanciò nella “Sua Prima Manovra Speculativa”: l’acquisto di “Terreni Edificabili” alle porte di Milano. Biase, all’inizio di quella prima operazione, era un po’ titubante. Sindona, invece, è stato sempre sicuro di se; fu lui, infatti, a convincere il socio dicendo: “Adesso non valgono Niente, ma fra qualche Anno….. Ciò che compriamo a Dieci, lo Rivenderemo a Cento”. Sindona ebbe ragione. Quei terreni, infatti, si rivelarono una “Miniera D’Oro”. Sindona, infatti, scrisse alla moglie rimasta in Sicilia: “E’ venuto il Momento che tu mi raggiunga, gli Affari vanno Bene, possiamo Guardare al Futuro con Serenità, Grandi Cose verranno, sono un Predestinato”. In quel periodo, infatti, l’idea che Sindona, fosse un uomo segnato dal destino, sfiorò la mente di molte persone. La storia dei suoi successi nel “Mondo dell’Alta Finanza”, supportano in pieno, questa impressione. Egli, infatti, nel 1949, non ancora trentenne, acquisì la proprietà della sua prima società chiamata la “Pharma-Europa”. L’anno successivo, invece, rilevò la proprietà della “Fasco Aghè”, una finanziaria con sede in Liechtenstein, snobbata da tutti, perché considerata, (come si dice in gergo), un “Guscio Vuoto”. Sindona, in sostanza, all’inizio degl’anni cinquanta, era ormai ricco. Egli, infatti, viveva con la famiglia in un lussuoso appartamento di Milano situato in “Via Visconti di Modrone”. Egli, infatti, era saldamente introdotto nell’“Ambiente dell’Alta Finanza Milanese”. Nel suo studio, situato in “Via Turati”, c’erano, infatti, molte opere d’arte: “Dipinti del Piazzetta”, “Statue del Pollalolo” e della “Urana”. Sindona, in sostanza, iniziò a farsi un nome. Molte persone, infatti, rimasero affascinati dalle sue idee. Sindona stesso le aveva enunciate in qualche intervista. Egli, in poche parole, riteneva “Deleteria ogni Indifferenza dello Stato nell’Impresa Privata”. Sindona, dunque era a favore di un “Capitalismo Sfrenato”. Egli, infatti,vedeva il capitalismo come una “Mucca Feconda dalle cui Mammelle esce Latte per tutti, ma con le Nazionalizzazioni, si Tagliano Via le Mammelle e il Latte Scompare”. Sindona, quindi, era spregiudicato, impetuoso, insofferente alle regole e ai controlli. Egli, infatti, grazie a questa sua indole, finì per farsi anche qualche nemico; primo fra tutti, Errico Cuccia. Costui era un elemento di primo piano nel mondo dell’alta finanza. Sindona, però, fregandosene di niente e di nessuno, andava dritto per la sua strada. Egli, infatti, aveva macinato un bel po’ di strada, da quando da giovane, era partito dalla Sicilia. Sindona, nel 1952, partì per un “Misterioso Viaggio d’Affari” negli Stati Uniti. Nessuno ha mai saputo cos’era andato a fare in America. Quello che è certo, però, che quando tornò da quel viaggio era diventato uomo di punta della “Finanza Mafiosa d’oltre Oceano”. Egli, infatti, amministrava gli interessi di molte società americane. Questo “Scellerato Connubio”, è stato dimostrato dal fatto che quando, il “Boss Italo-Americano” Joe Adonis, si trasferì a Milano, la prima persona con cui prese contatti, fu proprio Michele Sindona. L’appuntamento fu preso negl’uffici di Via Turati. Il “Malavitoso Americano”, “Ufficialmente”, si trovava a Milano per gestire “Affari”: hotel, Grandi magazzini ed etc. Adonis, in realtà, era un “Delegato di Cosa Nostra Americana” nel “Coordinamento Europeo” per le “Attività Illecite della Multinazionale del Crimine”. Adonis, infatti, aveva incontrato Sindona, perché lui si occupasse di riciclare i proventi delle suddette attività, in special modo quelli della droga. Sindona, infatti, fino a un certo punto della “Sua Storia Personale”, si era sempre dimostrato il “Numero Uno” per questo genere di cose. Sindona, infatti, come ringraziamento per l’ottimo lavoro svolto, fu invitato al “Grande Summit Mafioso” dell’“Hotel delle Palme” a Palermo, tenutosi il 12 ottobre 1957. L’hotel, quel giorno, era strapieno di membri dell’organizzazione. Lì Sindona, rincontrò un vecchio amico: don Calogero Vizzini. Il vecchio boss, riconobbe il nostro protagonista, appena lo vide. Vizzini, infatti, lo salutò dicendo: “Che ti avevo Detto”?!....... “E Guarda che se Oggi, sei Qui, è anche Merito mio”! L’anziano padrino, infine, volle presentare, al nostro protagonista, uno degl’organizzatori di quella riunione. L’uomo in questione, vestito con un bellissimo smoking bianco e con un sigaro in bocca, altri non era che Lucky Luciano: il “Capo Supremo di Cosa Nostra Americana” dell’epoca. Nei salotti della “Milano Bene”, sul suo conto, iniziarono a girare strane voci del tipo: “Sarà pure un Genio della Finanza, ma si arriva così in alto senza qualche Santo in Paradiso”?............. Qualcun altro, invece, diceva: “Altro che Santi, lo Aiutano i Suoi Amici Siciliani: Brutta Gente”. Qualche altra voce sottolineava che Sindona aveva strettissimi rapporti col “Vaticano”: si diceva, infatti, che “Monsignor Montini”, avesse molta stima del nostro protagonista. Sindona, infatti, quando il dirigente comunista, Pietro Secchia, si lanciò in una “Accorata Campagna”, per impedire all’arcivescovo, di andare a “Dire Messa” nelle fabbriche, chiamò a raccolta i “Suoi Amici Industriali” dicendo: “L’Arroganza di questi Comunisti è Inqualificabile io Credo, che Monsignor Montini, Abbia tutto il Diritto di Esercitare il Suo Magistero”. Pietro Secchia, infine, dovette piegarsi al loro volere. Tra l’arcivescovo e il finanziere si creò un “Fortissimo Legame” di reciproco rispetto. Sindona, infatti, in virtù di questa “Grande Amicizia”, quando Montini, nel 1963, diventò il nuovo pontefice, fu chiamato a risollevare le sorti della “Banca Vaticana” altrimenti detta: “YOR”. La Chiesa, infatti, (come amava ripetere il cardinale Paul Marcinkus), “Non si Regge con un’Ave Maria”. Sindona, infatti, si mise immediatamente al lavoro spostando all’estero le “Ingenti Sostanze” della “Santa Sede” in modo da evitare l’“Onerosa Tassazione”, che il “Governo Italiano”, aveva iniziato a imporre. L’operazione, (ai limiti della legalità), in “Perfetto Stile Sindona”, riuscì in modo eccellente. Il nuovo papa, infatti, definì, il nostro protagonista, “L’Uomo della Provvidenza”. Sindona, in sostanza, l’uomo della provvidenza, lo sarà per molti: associazioni criminali, partiti politici, istituti bancari, gruppi sovversivi come: la “Rosa dei Venti”, la “Loggia Massonica P2”, del “Venerabile Maestro Licio Gelli” e anche la “Hellenniki Tekniki”, una società collegata al gruppo di colonnelli che, con un “Golpe Militare”, impadronirà il potere il potere in Grecia nel 1967. Sindona, infatti, a riguardo aveva idee ben precise: “Fare Affari con i Dittatori E’ molto più Facile, che Farli con i Governi eletti Democraticamente, perché hanno troppi Comitati, troppi Controlli, inoltre Aspirano all’Onestà, che E’ un Guaio negl’Affari di Banca”. Sindona, in sostanza, negl’anni, era diventato potente, intoccabile, favorito, persino, dagl’apparati dei “Servizi Segreti” di mezzo-mondo. Nel 1974, però, il suo grande potere iniziò a indebolirsi. In periodo, infatti, la “Banca Privata Finanziaria”, era in “Forte Crisi di Liquidità” tanto da finire sotto inchiesta, per “Bancarotta Fraudolenta”, da parte della “Procura di Milano”. Il “Ministero del Tesoro”, infine, dispose la “Liquidazione Coatta” del suddetto istituto bancario. Sindona, infatti, si era forse dimenticato che in quel grande e oscuro gioco, gli altri partecipanti stanno come i “Serpenti” intorno alla “Preda Sanguinante”. Il “Governatore della Banca d’Italia”, Guido Carli, nominò, come “Unico Commissario Liquidatore”, l’avvocato Giorgio Ambrosoli. Ambrosoli, coadiuvato da un gruppo di finanzieri capitanati dal “Maresciallo Silvio Novembre”, si mise subito a lavoro. L’analisi di tutte quelle carte, rivelò uno “Spaventoso Sistema di Riciclaggio” nel quale c’era di tutto: “Fondi Neri”, “Evasione Fiscale”, “Banche Alimentate da Illeciti”. Sindona, in sostanza, aveva creato un “Meccanismo Diabolico”. Tutti i soldi, di cui poteva beneficiare, infatti, erano convogliati nelle “Banche Italiane”, da lì trasferiti alle “Consociate Estere” per essere investiti in “Attività Legali” e tornare in Italia perfettamente puliti attraverso un intrigato Gioco di scatole cinesi. Tutte queste società, in pratica, si vendevano e si ricompravano le azioni a vicenda alzando sempre di più la posta, così facendo i prezzi lievitavano e con i proventi si potevano coprire i vari buchi. Tutto ciò, infine, permetteva la sparizione di gran parte del denaro in questione. Questo complicato meccanismo, in ultima analisi, (mascherato da fondi fiduciari, bilanci falsi ed etc), rendeva molto difficoltoso rintracciare l’origine di queste somme. Sindona, in realtà, usava questi soldi per fare o per fare o per ricevere “Favori” da mezzo-mondo. La perfetta sintesi della filosofia di base, del cosiddetto “Sistema Sindona”, fu espressa, (a mio parere), in modo molto convincente, da una collaboratrice dello stesso Sindona, mentre parlava con Ambrosoli. In quella conversazione, infatti, disse: “L’Onestà, caro Avvocato, è la Virtù degl’Uomini da Poco: L’ha detto Stendhal, che l’Italia la conosceva Bene”. Quest’ultima considerazione, visti gl’ultimi eventi della “Nostra Storia Nazionale”, mi lascia, per lo meno a me, un profondo senso di amarezza. Adesso, però, torniamo alla storia del nostro protagonista. Sindona, in sostanza, a metà degl’anni 70, iniziò a vivere un’altra fase, se così si può definire, della sua vita. La suddetta crisi di liquidità in parte dipese dal fatto che lui fu coinvolto nel crac della “Franklin Natiolan Bank” . Sindona giocò tutte le sue carte per convincere i giudici e l’“Opinione Pubblica Americana” che era la “Vittima di un Complotto” orchestrato da potenti avversari nel campo della finanza e da pericolosi nemici nel campo della politica. Che avevano un obiettivo: eliminare a ogni costo un temibile concorrente, l’alfiere della “Finanza Cattolica”, un “Fiero Combattente Anticomunista”. Sindona, intanto, (in un momento di follia), si organizzò per eliminare il commissario liquidatore della banca finanziaria privata, l’avvocato Ambrosoli, che nel frattempo, aveva già ricevuto alcune “Telefonate Minatorie”. Il “Killer Prescelto” fu William J. Aricò, un sicario fatto appositamente venire dall'America e pagato con 25 000 dollari in contanti e un bonifico di altri 90 000 dollari su un conto bancario svizzero. L’ordine fu eseguito l’11 luglio 1979. Sindona, nel frattempo, (continuando sulla strada della “Sua Lucida Follia”), per crearsi una sorta di alibi e per accreditare la sua immagine di perseguitato politico, (il 3 agosto del 79), organizzò un suo finto sequestro con l’aiuto della “Mafia Siculo-Americana”. Egli, infatti, era diventato amico della “Famiglia Gambino”. Il piano, in sostanza, era questo: sparire dalla circolazione, facendo credere di essere stato sequestrato da un fantomatico “Gruppo Eversivo per una Giustizia Migliore”. Sindona, infatti, si fece anche scattare una foto, ispirata al sequestro Moro, con una scritta sotto che diceva: “Il Giusto Processo lo Faremo Noi”. Gl’investigatori americ ani, intanto, si misero subito a lavoro. Sindona, però, era già partito per l’Europa con un passaporto falso a nome Joseph Bonamico. Sindona, infatti, era alla disperata ricerca della cosiddetta “Lista dei Cinquecento”. 530 nomi di “Persone Importanti” che, in un modo o nell’altro, avevano partecipato all’intrallazzi, del nostro protagonista che, quindi, avrebbero potuto dargli una mano. Il finanziere siciliano, in verità, (come abbiamo già visto all’inizio), aveva chiesto aiuto anche a Roberto Calvi e agl’altri membri della “Loggia P2”. Sindona, infatti, andò prima in Austria, poi nella capitale greca e dalla città di Atene e andato a Palermo. Lì fu accolto nella villa del suocero di Rosario Spadola. Costui, infatti, era imparentato, sia coi Gambino, sia con la “Famiglia Inzerillo”. Tutto ciò, però, sarà argomento di un prossimo articolo. Adesso, però, torniamo al protagonista della nostra storia. Sindona, pur arrivando nella suddetta villa a mani vuote, dovette, necessariamente attuare la parte finale del piano. Il finanziere Siciliano, infatti, per rendere credibile il sequestro, chiese a Joseph Miceli Crimi, “Massone Italo-Americano”, nonché “Medico della Questura di Palermo”, una strana prestazione. Dopo essersi sottoposto ad anestesia locale alla gamba sinistra, si fece sparare a bruciapelo. Questo particolare evento, proprio per le sue modalità d’attuazione, mi risulta molto strano. La ferita, infatti, secondo il mio modesto parere, doveva essere inferta sul retro della coscia e non sul davanti, per essere più credibile. Il corpo in questione, inoltre, sempre per lo stesso motivo, doveva essere in movimento e non fermo, com’è nella ricostruzione. Un medico della questura che si rispetti avrebbe saperle queste cose! Gl’inquirenti, molto probabilmente, quando il 16 ottobre presero in consegna Sindona, s’accorsero subito dell’imbroglio. C’era, comunque, una componente ricattatoria tra le molle che spingevano Sindona alla messinscena, al suo viaggio in Europa e in particolare al suo soggiorno in Sicilia: se mi fate incavolare io parlo.

La difesa non gli riuscì. I “Giudici Americani” lo misero sotto processo per “Appropriazione Indebita”, “Truffa”, “Falsa Testimonianza” e una lunga fila di altri reati e, nel 1980, lo condannarono a “Venticinque Anni di Reclusione”. Quattro anni dopo, ottenuta l’estradizione in Italia, i giudici italiani lo processano per bancarotta fraudolenta e nel 1985 lo condannarono a dodici anni, (già si vede quanto la giustizia Usa sia più severa di quella italiana quando giudica i colletti bianchi). Nel 1986, fu processato nuovamente. Questa volta, però, fu accusato per aver ordinato la morte dell’avvocato Ambrosoli. Quarantotto ore dopo la condanna all’ergastolo, il 20 marzo 1986 Sindona bevve, nella sua cella del carcere di Voghera, un caffè al cianuro che lo uccise in circostanze mai chiarite del tutto: omicidio, suicidio o cosa?

Antonio Aroldo

Il lato oscuro del potere: il sanguinario gioco dei predestinati – Quinta Parte

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