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mercoledì 6 aprile 2011

Le Misteriose Morti di Potenti Pedine Scartate

“Le misteriose Morti di Potenti pedine Scartate”



Questa volta, miei cari amici, vi voglio presentare un quadro che non può non essere a tinte fosche: esso, infatti, delinea, con un’analisi profondamente oggettiva, tre “Oscuri Momenti” della nostra storia nazionale. Vi starete chiedendo, perché il nostro Antonio Aroldo ci parla di cose che, come qualcuno ha affermato, sono immondizie della storia? Ma perché, miei cari compatrioti, questi fatti sono elementi costitutivi del passato comune del nostro Paese, che va studiato senza veli né pregiudizi o “Condizionamenti Politici”; soltanto così potremo presentare alle generazioni future una Nazione realmente libera e avere un futuro solidamente sereno. La prima storia che vi voglio descrivere è quella di Gaspare Pisciotta . Egli, come ho già avuto l’opportunità di raccontare, visse tutta la vita all’ombra di suo cugino Turiddu (Salvatore Giuliano), ma in seguito, resosi conto dell’orrore di ciò che entrambi avevano causato, e sentendosene sormontato, pensò di espiare il tutto e uscirne pulito, vendendo suo cugino, suo tramontato caposaldo, ai carabinieri -con la complicità dell’amico Benedetto Minasola. L’eliminazione della banda Giuliano, ebbe il suo picco con le dodici condanne ad ergastolo. Pisciotta, purtroppo, rientrò in questo folto gruppo, egli infatti, sentendosi tradito dalle autorità, scrisse un memoriale, come già aveva fatto suo cugino, diviso in quattordici quaderni, con l’intenzione di esporlo al processo d’appello. Egli, purtroppo, non fece mai in tempo: il 4 Febbraio 1954, fu ucciso nelle circostanze che adesso andremo ad analizzare. Quella mattina, alle 6.30, svegliatosi in seguito alla venuta di un secondino del carcere col quale, assieme al padre, suo compagno di cella, aveva fatto amicizia, preparò il caffè e una dose di “Vidalin” , il farmaco prescrittogli dall’infermiera del carcere, per curare la sua tubercolosi. Ebbene, ingurgitati entrambi, poco dopo si sentì male. Stranamente, le indagini degli inquirenti, puntarono subitaneamente sul caffè, e non sul medicinale.

Miei cari schiavi del brivido, a questo punto dobbiamo chiederci, perché gli investigatori rivolsero tutta la loro attenzione “sulla bevanda e non sul Vidalin”? Miei cari amanti del giallo, come abbiamo già appurato in precedenza, ormai Pisciotta sapeva troppo sia sulla morte del cugino, sia sulla strage di Portella delle Ginestre. Egli, infatti, già durante il dibattimento di primo grado aveva esposto alla giuria frasi inquietanti, come: “siamo un corpo solo, banditi, mafia e polizia”. Egli aveva poi indicato, come mandanti delle stragi alcuni deputati monarchici e componenti della “DC”. Tra questi ricordiamo Gianfranco Alliata di Monreale che abbiamo già nominato precedentemente e l’onorevole (!) Bernardo Mattarella, della DC. Il processo a questi deputati comunque, fu bloccato in istruttoria per mancanza di prove.

Per quanto riguarda la sentenza del processo per la strage di Portella, essa dice cose molto interessanti e per altrettanti punti contraddittorie: “Si può Sicuramente Affermare che tra la Mafia e Giuliano ci fu un Legame Costante determinato da una Convergenza d’Interessi, di cui il Capo Bandito, fu il Portatore” e continua affermando “E’ Chiaro che la Spinta Fondamentale al Delitto, va pur sempre Cercata nell’Interesse a fermare la Penetrazione Comunista nelle Campagne, per conservare le Vecchie Strutture Agrarie, Interesse che era proprio, ma anche di Altri”. Il Collegio Giudicante, in poche parole, affermò che il movente della strage non può dirsi politico perché non si può dire, al di là di ogni ragionevole dubbio, che tutte le persone presenti a quella festa del 1 Maggio fossero lì per motivi politici. Quella riunione, per meglio chiarire, poteva considerarsi una festa campestre; ciò significa che per i giudici non c’era nessun mandante politico da ricercare. La morte di Pisciotta, in altre parole, si doveva necessariamente imputare al caffè. Tale bevanda, infatti, avrebbe potuto essere stata benissimo adulterata dal suo compagno di cella. Qui, infatti, miei cari lettori, sta il punto della questione, perché se le indagini si fossero dirette verso il medicinale si sarebbe necessariamente dovuto affermare che, quell’omicidio, s’inscriveva in un quadro molto più ampio.

La seconda storia che vi voglio descrivere è quella della morte di un personaggio che abbiamo già incontrato nelle mie scorse dissertazioni: ossia quella della morte di Roberto Calvi, prematuramente scomparso a Londra, il 17 Giugno 1982. Il suo corpo fu trovato impiccato sotto il “Ponte dei Frati Neri”. La morte del nostro secondo protagonista, infatti, fu bollata come suicidio. Egli era il Presidente del “Banco Ambrosiano” che, attraverso una serie di “Consociate Estere”, prestava soldi a gente poco raccomandabile, come dittatori dell’America Latina, affaristi senza scrupoli e mafiosi.

L’impero economico creato da Calvi, però, era principalmente a servizio della cosiddetta “Loggia P2”. Essa era, in poche parole, un’associazione a delinquere atta al pieno controllo della cosa pubblica. Tale organizzazione infatti, era formata da imprenditori, mafiosi, politici, capi dell’esercito, membri dei servizi segreti, poliziotti, carabinieri, nonché giudici e giornalisti. Questa grande e oscura ragnatela affaristica però, alla fine degli anni ’70, cominciò a sgretolarsi. Dodici funzionari della Banca Italia, in quell’epoca, infatti, fecero un’approfondita indagine sull’Ambrosiano; tale investigazione durò sette mesi e i risultati furono immediatamente proposti all’analisi del giudice Emilio Alessandrini. Quest’ultimo non ebbe però neanche il tempo di completarne la lettura che, il 29 Gennaio 1979, dopo aver accompagnato il figlio a scuola fu raggiunto da un commando di un’organizzazione terroristica “Prima Linea”, che l’uccise. Sorte migliore toccò invece al governatore della Banca d’Italia, Paolo Baffi, che assieme al capo della vigilanza del suddetto organo, Mario Sarcinelli, fu arrestato per aver coperto un ulteriore scandalo bancario. Il ministro del Tesoro però, all’epoca Beniamino Andreatta, volle a tutti i costi vederci chiaro, e insieme al presidente della “Consob”, Guido Rossi, chiese la quotazione in borsa del suddetto banco. Calvi però rifiutò, perché avrebbe dovuto sopportare troppi controlli.

La magistratura nel frattempo, aveva ripreso in mano quel famoso rapporto dei dodici funzionari della Banca d’Italia, e aveva posto sotto inchiesta il Banco Ambrosiano: a Calvi fu revocato il passaporto, il Ragiunat, però, si sentiva tranquillo. Egli, infatti, aveva dalla sua parte Licio Gelli, che tramava dietro le quinte per lui. Qui però, miei cari connazionali, ci fu il colpo di scena: i giudici di un’altra inchiesta, quella sugli affari di Sindona (vedi La Iena delle stanze del potere), scoprirono che uno dei protagonisti dell’indagine, il dottor Joseph Miceli Crimi, recatosi ad Arezzo per una sedicente visita odontoiatrica, procedette in realtà in visita al Commendator Gelli. Gli investigatori, volendo appurare il nesso tra Gelli, Crimi, Sindona e Calvi andarono a perquisire la villa del primo di essi, trovando una lista di 962 nomi di appartenenti alla P2. Gelli, in seguito a ciò, fuggì all’estero e Calvi si ritrova scoperto, e il 20 Maggio 1981 fu arrestato e condotto al carcere di Lodi, dove tentò il suicidio. Questo tentativo però, lo si può accertare con certezza, era solo un messaggio mascherato per un suo socio: il cardinale Paul Marcinkus, che all’epoca era il dominus della finanza vaticana. Il 20 Luglio 1981 si aprì il processo a Calvi. Esso si chiuse pochi giorni dopo con la condanna a 4 anni di reclusione e a 15 miliardi di multa. Il 28 Luglio, dello stesso anno s’intende, in seguito all’appello, Calvi esce in libertà provvisoria e inizia una corsa frenetica per salvare la situazione delle sue banche; in questo frenetico lavoro si fece supportare da due personaggi molto equivoci, ossia Francesco Pazienza e Flavio Carboni. Quest’ultimi però, come abbiamo già avuto modo di appurare, l’hanno solo spremuto come un limone e poi scaricato. Il primo, era legato ai servizi segreti italiani e alla C.I.A.; Flavio Carboni, invece, era legato a doppio filo con la mafia attraverso Pippo Calò. Quest’ultimo, in accordo con Carboni (secondo le dichiarazioni del pentito di mafia Francesco Marino Mannoia), avrebbe fatto uccidere Calvi da un certo Francesco Di-Carlo, per sottrargli la borsa che Calvi portava sempre con sé; in tale borsa, infatti, c’erano soldi e documenti che avrebbero potuto dargli l’impunità. Vi starete chiedendo, ma com’è stato commesso il fatto, giacché il corpo non presentò segni di violenza? Calvi, secondo il mio modesto parere, è stato narcotizzato da un farmaco molto potente e che non lascia tracce, somministratogli da una puntura, dietro l’attaccatura dei capelli. Tale punto del corpo, infatti, non è facilmente rivelabile neanche con un’analisi accurata. Calvi infine è stato caricato su una barca. I pantaloni di Calvi, infatti, erano umidi di fango. Gl’assassini del banchiere, infine, hanno percorso tutto il Tamigi e poi l’hanno impiccato, proprio sotto quel ponte dal nome così sinistro, forse per dare qualche “Oscuro Messaggio” a qualcuno. Il “Medico Legale del Collegio dell’Accusa”, (prof Fabrizio Iecher), a sostegno della tesi della “Sua Parte”, ha affermato che di aver esaminato personalmente il luogo in cui è avvenuta la morte di Calvi. Egli, in poche parole avendo preso per dato acquisito, l’ora della morte riportata dal “Referto Autoptico”, si è recato sul posto verso mezzanotte e mezza. Una volta lì, Iecher, ha potuto costatare che, già a quell’ora, le acque sono “Molto Vorticose”. La marea, inoltre, in quel momento poi, (ha affermato Iecher), era già molto alta. Essa, infine, almeno così mi sembra di capire, s’alzava ancora a velocità sostenuta. Tra l’una e le due, quindi, (spazio orario in cui gl’inquirenti hanno collocato la morte di Calvi), il livello dell’acqua sarebbe stato troppo alto perché calvi potesse darsi la “Spinta Necessaria” per impiccarsi. Il corpo di Calvi, infatti, a quell’ora, sarebbe affondato nell’acqua fino alle ascelle. Questo non è possibile perché i poliziotti, che per primi hanno esaminato il corpo, nel loro rapporto iniziale scrissero, che soltanto gl’“Orli dei Pantaloni di Calvi”, erano zuppi d’acqua, mentre invece, la parte superiore, degli stessi, è stata definita “Wet”, ossia umida. Iecher, infine, ha posto in luce un dato, che per me, è (anche se non sono un esperto), incontrovertibile: come diavolo ha fatto Roberto Calvi, che al momento della morte aveva sessant’anni, a scendere per quella scaletta che, a causa dell’alta marea, doveva essere molto umida e scivolosa, a fare un salto tra i sessanta e gl’ottanta centimetri per passare dalla scaletta al traliccio, percorrere infine, tutta quella “Piccola Struttura” stretta e lunga; la quale, per forza di cose, doveva essere anch’essa scivolosa e priva d’“Appigli Sicuri”. Calvi, poi, avrebbe dovuto, per riuscire a trovare un “Buon Punto” dove impiccarsi, allungarsi quando doveva allungarsi, piegarsi quando si doveva piegare e al termine di questo giro doveva anche trovare un “Punto d’Appoggio” per sistemare il cappio. Calvi, in ultima analisi, avrebbe dovuto compiere, tutto ciò, con dei “Mattoni di Pietra” indosso; uno dei quali, tra l’altro, sul “Pube”. La “Difesa di Carboni”, tra le altre cose, ha affermato che non esisteva un “Movente Convincente”. Essa, pero, ha dimenticato la “Scomparsa della Borsa di Calvi” che, il presidente, si era portato sempre dietro dalla sua partenza dall’Italia. Tale borsa, come abbiamo già posto in luce, sarebbe stata piena di soldi e documenti. Il primo processo, per la morte di Calvi, si è tenuto il 23 luglio 1982 a Londra. La corte, in quel caso, sulla della prima perizia, redatta, non vi sto prendendo in giro si chiama proprio così, dal dottor Simpson, sposò la “Tesi del Suicidio”,dando il cosiddetto “Non Luogo a Procedere”. L’“Alta Corte Inglese”, sei mesi più tardi, annullò quella sentenza per “Gravi Irregolarità Formali e Sostanziali”. Il giudice, che ebbe la malaugurata idea di emetterla, fu addirittura incriminato. Il secondo processo, invece, si tenne il 27 giugno 1983. Esso, purtroppo però, si concluse con uno “Stranissimo Verdetto Aperto”, per il quale non si capiva se Calvi si fosse ucciso o fosse stato eliminato. Un altro processo si ebbe il 1 Dicembre 1988 nella città di Milano. Esso, però, per meglio chiarire, era soltanto una “causa civile”; essa, a differenza degli altri processi, stabilì che Calvi era stato ucciso e impose all’assicurazione di pagare alla famiglia una somma di 3 milioni di dollari. La domanda, arrivati a questo punto, sorge spontanea: Calvi è stato ucciso o si è suicidato? Tale busillis non è cosa da poco, perché c’è stato un terzo processo penale a carico proprio di Flavio Carboni e Pippo Calò, accusati proprio dell’omicidio di Calvi. Tale processo, però, a quanto pare non ha portato a nulla: Pippo Calò ha scontato in carcere la sua pena per associazione mafiosa fino alla sua morte; mentre invece Flavio Carboni, negli ultimi tempi, è tornato alla ribalta delle cronache giudiziarie che vedono il suo nome associato a quello di Berlusconi, nel quadro dello scandalo di una fantomatica Loggia massonica P3. Miei cari compagni di viaggio, arrivati a questo punto dobbiamo porci una domanda che io considererei fondamentale: perché Cavi, se di omicidio si tratta, è stato ucciso materialmente da uomini della mafia? Miei cari ragazzi, penso che potremmo rispondere a questa questione con una frase del protagonista del film “I banchieri di Dio”, in cui si racconta proprio la vicenda giudiziaria e umana di Calvi. In tale film, infatti, il protagonista, rispondendo a una domanda della figlia,che gli chiede: “Papà, perché la Mafia è contro di te?” egli dice testualmente: “La mafia è un potere che si mette contro tutti quelli che hanno segreti da svelare” .

La terza vicenda che vi voglio descrivere è quella delle vicissitudini che portarono alla morte di Michele Sindona . Lo abbiamo già incontrato in un precedente articolo che riassumeva la sua storia. Costui, comunque, era un affarista senza scrupoli legato a doppio filo e con la mafia e con la Loggia massonica P2. Egli, dopo una serie di scandali connessi alle sue banche finì in prigione in America e il 25 Settembre del 1984 lo prestò alla giustizia italiana perché potesse rispondere dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, che stava indagando su i suoi affari loschi. Il governo italiano e quello americano comunque, in tale occasione fecero una sorta di patto in cui si prestava Sindona all’Italia per il processo Ambrosoli, e da parte sua l’Italia si impegnava perché a Sindona non succedesse alcunché. L’amministrazione italiana per ottemperare a questo patto creò un reparto carcerario apposito per la esclusiva detenzione di Sindona, questo particolare luogo era il reparto “V” del carcere femminile di Voghera; il nostro terzo protagonista infatti era completamente isolato dal mondo. L’“Amministrazione Carceraria Italiana”, inoltre, per sorvegliarlo meglio, aveva messo a disposizione un gruppo di 15 guardie, razionate in cinque turni, in modo che nessuno sapesse mai quando fosse stato il suo turno. Tale luogo era poi controllato da telecamere a circuito chiuso, in modo tale da poter vedere sempre chi entra e chi esce, e che, perlomeno all’epoca, avevano una migliore sensibilità alla scena ripresa. Il controllo della colazione del siciliano era poi ancor più scrupoloso, i pasti erano presi dalla mensa comune e messi sotto chiave in un contenitore ermetico e portati direttamente in cella. Il giorno del 20 Marzo del 1986, però, è successo qualcosa di differente. Quella mattina, alle 8, la colazione e la sua preparazione erano state sorvegliate come al solito, il caffè ad esempio era stato preparato dal bar dello spaccio del carcere. Il thermos del caffè era stato sterilizzato da un gettito di vapore e chiuso a chiave ermeticamente, assieme al tè, al latte e ad alcune bustine di zucchero, in un contenitore di metallo. Gli agenti Ribbisi e Boi , assieme ai loro colleghi Ghisù e Camboni, guidati dal brigadiere Bucci, portarono la colazione al detenuto speciale. Questi, come ogni mattina, forse proprio per ragioni di sicurezza, si servì da solo sulla soglia della cella, per portarsi il tutto all’interno di essa. Qui, con in mano il bicchierino di plastica che contiene il caffè, si recò in bagno, rivolgendo alle guardie un siciliano “scusasse. Passa un minuto, non di più. L’ordine, miei cari intrighi della rete del potere, è di non perderlo di vista un momento, ragion per cui l’agente Boi si avvicinò allo spioncino che dava sul bagno. Ma era troppo tardi. Sindona si sentiva, infatti, male, barcollava. Mentre cadeva esanime sul letto, ha il tempo di proferire solo una frase: “Mi hanno avvelenato”.

Tutto ciò, come è stato possibile con quel sistema di sicurezza, secondo voi? Gli investigatori, subito dopo l’accaduto, hanno scrupolosamente esaminato tutto ciò che aveva toccato Sindona e hanno scoperto che il veleno era stato messo nello zucchero, ma, miei cari sbalorditi convitati, attenzione! Il veleno era contenuto solo in una delle cinque bustine di zucchero portategli quella mattina. Suona a dir poco paradossale. L’ipotesi più probabile, miei cari maniaci del torbido, è quella che è stata enunciata da Carlo Lucarelli, in un suo recente libro. Quella, per meglio chiarire, della “Somministrazione Volontaria” della mefitica sostanza. Potrebbe essere stato proprio Sindona stesso, a progettare quella che, secondo le sue intenzioni, doveva essere soltanto una finzione. Il siciliano, infatti, era stato definito un “Detenuto in Prestito”, come abbiamo già detto. L’Italia, se all’anziano furetto fosse accaduto qualcosa, l’avrebbe perso in favore dell’America, dove il “Regime Carcerario” era molto più blando. Egli, in altre parole, voleva far ritorno in America, e farlo con questo sotterfugio. Ma la dose somministratosi era molto più potente del previsto, e, dopo atroci dolori, il 22 Marzo 1986, alle 14.10, come ha affermato il direttore sanitario dell’Ospedale di Pavia, Nitrosini. I suoi presunti amici, forse, prima gli avevano sottratto, sotto costrizione, la famosa lista dei 500, in cui venivano riportati 530 nomi che Sindona poteva ricattare. Miei cari appassionati lettori, quanto vogliamo scommettere che la suddetta lista è stata data alla stessa persona che ha preso i documenti dalla borsa di Calvi? Secondo il mio modesto parere, questi famosi documenti sono stati presi in eredità da una persona che negli ultimi anni è ai vertici della politica italiana e del mondo imprenditoriale. Io non dico oltre. Indovinate un po’ voi chi potrebbe essere. –Ma di tutto questo ed altro ancora, ne parleremo anche in un’altra occasione.

Lo so, la mia posizione è un po’ troppo “Lumbrectiana”, ma io spero vivamente che la lettura di questo mio articolo e di molti altri vi ponga ad ampliare sempre di più la vostra cultura, riuscendo in tal modo a dominare il vostro destino e a non farvi travolgere dalle sabbie nere del tempo!

Antonio Aroldo







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